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Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.
W. Shakespeare
Triste e solitario come un assolo di sax, costringevo l'autunno alle porte e mi godevo la fiction dell'estate. Anestetizzato dai falsi colori di una falsa stagione, meditavo sui mali della vita, sui sui dolori dell'anima, sulle sofferenza della gioia. Che per definizione non potevano esistere. Ma facevano comunque male. Il mio amico invisibile dell'infanzia era sempre più distante, sempre più freddo, sempre più invisibile. Le mie molteplici personalità avevano diradato i contatti. Posso dire ora che le avevo proprio perse. Definitivamente. All'orizzonate più che l'autunno sembrava si affacciasse l'inverno, carico di livori, di cieli plumbei, di pioggie gelate. E di neve, la bianca neve che tutto sotterra e cancella. Permettendo di ripartire da zero. O da uno, per chi ha slancio e smalto. Poi mi risvegliavo, e realizzavo di essere stato sopraffatto da un incubo. Un brutto sogno. O il brutto dei sogni.
Di ritorno dalle vacanze stavo sempre un po’ male. Parecchio male, per la precisione. Passare l’estate con le mie molteplici personalità era davvero un’impresa esasperante, quasi al di sopra delle mie – già limitatissime peraltro – forze. Ciononostante non avevo compagnia migliore con cui trascorrere le giornate in spiaggia, con cui parlare del più e del meno, cercando di evitare il sudoku e sforzandomi di trovare un volto agli assassini che puntualmente avevano funestato – o rallegrato? – la stagione. Il nostalgico ritorno aveva dei risvolti sentimentali notevoli. Ritrovavo il mio amico invisibile dell’infanzia – sempre pallido ed emaciato come si addice a un fantasma. E anche il mio maestro di dolore. Per l’incipiente autunno si propose di rispondere ad alcune domande. Domande esistenziali, per la precisione. Mi insegnò – con piglio deciso e fare da guru indiano – che le risposte erano praticamente già tutte dentro me. E tutte sbagliate, per la precisione.
Rientrato dalle vacanze, mi divertivo a disegnare il mio futuro. Lo facevo perlopiù su carta. Carta da macero, per
Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e muta come il fuoco quando si mescola ai profumi e prende nome dall'aroma di ognuno di essi.
Eraclito
Confortato dalla filosofia, consolato dalla musica, allietato dalla poesia, mi accingevo a vivere l’estate in tutta la sua essenza, in tutte le sue assenze (o mancanze). D’estate le delusioni della vita lasciavano posto alla speranza, il ciclico rinnovarsi dell’illusione. La notte tornavo a sognare e nel sogno ricavalcavo le tigri di carta di antiche battaglie ideologiche, delle questioni di principio, dei dubbi etici e finanche della deontologia professionale. Avevo perciò sonni agitati. Il mattino conservava sempre un sapore di amaro, la matrice della mia giornata. Per addolcirlo cambiai più volte cover al mio telefonino. E anche lo sfondo del pc. Ma non riuscii a cambiare la smorfia che avevo invece del sorriso, una smorfia che mi contraddistingueva ovunque come un marchio, una cifra impressa a fuoco. Una smorfia bella però, una smorfia di colore.
Diluivo il dolore della vita piangendo ogni giorno un poco.
Assaporavo il gusto della realtà con boccate voluttuose. E producevo enormi anelli di fumo.
Spendevo la mia faccia e la mia parola. Ma risparmiavo l’anima per una vita ulteriore.
Sospettavo dell’esistenza di un aldilà. Ma aspettavo la consistenza dell’aldiqua.
Scambiavo i valori materiali con controvalori morali. Ma avevo un bilancio – esistenziale! – assolutamente in perdita.
Mi rifacevo una vita al giorno e mi affacciavo al giorno pensando alla vita. Era un vitalizio quotidiano. O il giornaliero vizio della vita.