You can contact me on: http://www.pannasmontata-templates.net Please don't remove CREDITS. -->
Era decisamente una stagione strana. Non v’erano più dei a cadere, ma simil dei, eroi di carta o di cartone che suscitavano l’ammirazione delle folle. Delle folli folle, per puntualizzare. Come sempre stavo in disparte: fatto di ideali e principi, rigorosamente anacronistico e fuori tempo, attuale come un anguria sull’albero di Natale, non c’era posto per me nel Famedio delle vanità né nel tempio della superficialità che erano i simboli identitari del cosiddetto gruppo. Fu così che optai per il viaggio, un viaggio a ritroso e allo stesso tempo esplorativo, ambigua flânerie tra le macerie di un’esistenza. La mia, ovviamente. Fu piacevole scoprire che sotto le rovine ancora fumanti covava un ambiguo senso di speranza, tuttora capace, così sembrava, di germinare sogni e illusioni. Colpevolmente!
* dedicato al maghetto...
Consolidavo le mie perplessità frequentando autentici maestri del dubbio: gli indecisi, i titubanti, gli irresoluti. Ma più di tutti preferivo i non credenti: quelli che non credevano all’aldilà, all’aldiqua o ad amenità simili. Mi perdevo nel vortice dei loro pensieri, mi disorientavo nel turbine delle loro elucubrazioni. Creazionista per indole, subivo comunque il fascino delle teorie evoluzioniste, così intrise di chiacchiere spacciate per dottrina, di ciarle vendute come insegnamenti, di nulla scambiato per qualcosa. Il niente scambiato per sistema! In mancanza di un dato oggettivo, pensavo fosse meglio – molto meglio, per la precisione – credere in qualcosa se non addirittura in qualcuno. Partito il mio amico invisibile dell’infanzia per le vacanze e perse le tracce delle mie molteplici personalità, non mi rimase che credere in qualcuno di soprannaturale. Un dio, per intenderci.
Ero letteralmente affascinato, lo riconosco, dall’ignoranza belluina delle persone, di fronte alla quale cadevo vittima di quella che viene definita sindrome di Stendhal. Non so spiegare, ma sentivo una grande affinità elettiva nel vuoto culturale e spirituale dei miei contemporanei e sopprimevo senza fatica i richiami, peraltro flebili, della mia coscienza critica. Anzi, la ignoravo proprio. Ero talmente coinvolto nel turbine dell’ignoranza altrui che mi si poteva ascrivere benissimo nel novero delle vittime appagate dal carnefice, dei violentati soddisfatti dal violentatore, di quelli insomma affetti da sindrome di Stoccolma. Nel museo delle cere della mia vetero-esistenza ci stava anche questo. E non altro.
Ero un accanito lettore di quotidiani. Pensavo fosse un preciso dovere civile leggere e tenersi informato. Diciamo che leggevo per deontologia civica. Fino a che i quotidiani non divennero veline di partito e dei poteri – possibilmente forti e occulti. Poi le veline si trasformarono in strisce, strisce di gossip, pettegolezzi e piagnistei. E se il governo aveva un giornale, i suoi affini si lamentavano su quelli dell’opposizione. E il favore – ahimè – era sfortunatamente ricambiato. La stampa divenne un circolo vizioso fatto di chiacchiere, voci, dicerie e ‘sentito dire’. Screditata, diffamata e senza più alcuna autorità, conobbe proprio in quel periodo il suo momento più alto, l’acme, l’apoteosi della diffusione. Con buona pace mia, lo ammetto, e dei miei del tutto inutili rigurgiti di sdegno.