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Emerse dall’immensità del nulla esistenziale, le mie paranoie erano davvero un’ottima compagnia. E pure un’ottima compagna, quando da molteplici si riducevano a una:
Era decisamente una stagione strana. Non v’erano più dei a cadere, ma simil dei, eroi di carta o di cartone che suscitavano l’ammirazione delle folle. Delle folli folle, per puntualizzare. Come sempre stavo in disparte: fatto di ideali e principi, rigorosamente anacronistico e fuori tempo, attuale come un anguria sull’albero di Natale, non c’era posto per me nel Famedio delle vanità né nel tempio della superficialità che erano i simboli identitari del cosiddetto gruppo. Fu così che optai per il viaggio, un viaggio a ritroso e allo stesso tempo esplorativo, ambigua flânerie tra le macerie di un’esistenza. La mia, ovviamente. Fu piacevole scoprire che sotto le rovine ancora fumanti covava un ambiguo senso di speranza, tuttora capace, così sembrava, di germinare sogni e illusioni. Colpevolmente!
* dedicato al maghetto...
Consolidavo le mie perplessità frequentando autentici maestri del dubbio: gli indecisi, i titubanti, gli irresoluti. Ma più di tutti preferivo i non credenti: quelli che non credevano all’aldilà, all’aldiqua o ad amenità simili. Mi perdevo nel vortice dei loro pensieri, mi disorientavo nel turbine delle loro elucubrazioni. Creazionista per indole, subivo comunque il fascino delle teorie evoluzioniste, così intrise di chiacchiere spacciate per dottrina, di ciarle vendute come insegnamenti, di nulla scambiato per qualcosa. Il niente scambiato per sistema! In mancanza di un dato oggettivo, pensavo fosse meglio – molto meglio, per la precisione – credere in qualcosa se non addirittura in qualcuno. Partito il mio amico invisibile dell’infanzia per le vacanze e perse le tracce delle mie molteplici personalità, non mi rimase che credere in qualcuno di soprannaturale. Un dio, per intenderci.
Questa è la casa di Dio.
Lui non so che sguardo abbia.
Nemmeno mi interessa.
So che placa le ansie,
toglie gli affanni,
lenisce i dolori,
rende il cammino di alcuni
un poco meno corrivo.
E mi condanna all’inferno,
sebbene ancora vivo.