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Senz’ombra di dubbio i reality erano la misura più esatta ed esaustiva della società: falsamente veri, veramente falsi, inutili, ideati esclusivamente per destare addormentate pruderie. E pure brutti. Per questo avevo successo, per questo piacevo, io con le mie molteplici personalità. Tra un appuntamento e l’altro con il pubblico mi dedicavo ad altri spettacoli. Tra quelli che preferivo c’erano:
Ce n’era per tutti, insomma. Ce n’era abbastanza perché si dichiarasse, finalmente, la fine.
Come tanti, anche io avevo acceso un mutuo. Un mutuo particolare, tutto mio, che mi consentisse di pagare il fio a rate. Se proprio dovevo scontare una pena, era meglio farlo un pezzetto alla volta, pensavo. Non servì a molto. Presto, ben presto tutte le mie risorse furono risucchiate nel mutuo e rimasi con il classico pugno di mosche in mano. Essendo bianche ne trassi una piccola fortuna, girando con uno spettacolo circense decisamente singolare. Avevo inoltre intuito che per quanto insignificante, banale e d’importanza marginale fosse, la mia vita destava un certo qual interesse. E soprattutto faceva audience. Proprio come il più mediocre e stupido dei reality di mezza serata. (to be continued)
Amavo tantissimo il genere dei reality. Passavo giornate intere a guardare i reality. D’altro canto era sufficiente affacciarsi alla finestra di casa o uscire dalla porta della medesima per assistere a un reality. Gli altri si muovevano secondo un canovaccio definito, seguendo trame invisibili ma precise. E la fiction, insieme all’ipocrisia era la cifra dominante, la chiave di lettura di un disagio, il mio, sempre più assordante. Non avevo nessuna intenzione di far parte dello spettacolo. Per mia fortuna avevo sempre una spalla nel mio amico invisibile dell’infanzia. Con lui mi ritirai nel back stage. Un modo discreto di assistere alla scena. Stando bene attenti a non andare in scena.