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L’autunno riservava sorprese a non finire. Il mio amico invisibile dell’infanzia aveva un gemello, le mie molteplici personalità si erano – finalmente – ritrovate e la mia donna ideale si dava alla macchia. Il quadro era completato dal fatto che l’amore, la mia vera ragione di vita, giocava a nascondino. O meglio: era disperso, latitante, irraggiungibile. Per non cadere come le foglie morte, feci terra bruciata. Per non migrare feci carte false. Alla fine vinse il buon senso: era necessaria una migrazione, uno spostamento, una indispensabile transumanza di idee, progetti e sentimenti. Feci così rotta, navigando rigorosamente a vista, verso una terra promessa. E mai mantenuta…
Racchiusa tra le mura della vita
la mia felicità sfiorisce e muore
come il tempo, come la ferita
che passa e trascorre. Come l’amore
consuma l’anima e la preserva
in una lotta invitta tra titani.
Saprò durare al nulla che s’innerva
a sfinire la presa delle mani?
Quando il cuore sanguinava non correvo mai ai ripari. Proprio no. Era una fonte inesauribile, senza, fine, perenne. Lasciavo che la ferita facesse il suo corso. Come un raffreddore. Salvo poi curarne qualche antipatico strascico: il livore, la rabbia, il rancore non sopito. Come contromisura e su insistenza del mio amico invisibile dell’infanzia, presi a organizzare il mio caos. Quello esistenziale, s’intende. Come un tipico prodotto del nulla, anche il caos non dava frutti. Se non quelli del peccato. Il mio maestro di dolore mi consigliò allora – come cura e rimedio – il deserto. Il vuoto, il nulla e il niente intesi in senso terapeutico. Mi avviai dunque verso l’anacoresi. Pedagogicamente solo. E, dunque, male accompagnato.
Questa è la casa di Dio.
Lui non so che sguardo abbia.
Nemmeno mi interessa.
So che placa le ansie,
toglie gli affanni,
lenisce i dolori,
rende il cammino di alcuni
un poco meno corrivo.
E mi condanna all’inferno,
sebbene ancora vivo.