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Era decisamente una stagione strana. Non v’erano più dei a cadere, ma simil dei, eroi di carta o di cartone che suscitavano l’ammirazione delle folle. Delle folli folle, per puntualizzare. Come sempre stavo in disparte: fatto di ideali e principi, rigorosamente anacronistico e fuori tempo, attuale come un anguria sull’albero di Natale, non c’era posto per me nel Famedio delle vanità né nel tempio della superficialità che erano i simboli identitari del cosiddetto gruppo. Fu così che optai per il viaggio, un viaggio a ritroso e allo stesso tempo esplorativo, ambigua flânerie tra le macerie di un’esistenza. La mia, ovviamente. Fu piacevole scoprire che sotto le rovine ancora fumanti covava un ambiguo senso di speranza, tuttora capace, così sembrava, di germinare sogni e illusioni. Colpevolmente!
* dedicato al maghetto...
Dopo Natale avevo ripreso a smettere di fumare. Impegnato com’ero nell’arte suprema del riciclaggio di regali, avevo bisogno del supporto di almeno un vizio. Quello peggiore, l’amore, l’avevo smesso da tempo. Ciononostante continuavo a sentirne il bisogno. Era un’esigenza profonda, reclamata a gran voce da ogni mio capillare dotato di terminazioni sensibili. A questo punto era chiaro che erano state vane e inutili le cure e le terapie di disintossicazione intraprese in precedenza. Mi rassegnai al mio destino, al mio tragico destino di innamorato senza amore. Come un gioco dell’Oca senza dadi, tiravo così a indovinare la prossima mossa. E inevitabilmente mi ritrovavo fermo tre giri.
La formula perfetta del Natale era l’odio. Odiavo le feste e più ancora odiavo quel clima di ipocrisia che le accompagnava. Insieme al mio amico invisibile dell’infanzia e alla mia donna ideale costruivamo teorie anti-buoniste per svuotare il Natale di significato. Una volta scoperta infatti la prima bugia, l’inesistenza di un essere soprannaturale che portava doni e cadeau, il resto sembrava un’inutile declinazione di menzogne. Il mio amico invisibile era il più deciso di tutti a uscire allo scoperto e denunciare l’incredibile vanità del tutto. Ci furono anni che lo trattenemmo proprio a stento. Alla fine cedemmo e ci adeguammo, allineati e coperti, alla mistificazione mondiale. Del resto se al mondo andava di credere – fosse solo per un giorno – a una bufala il problema non era esattamente nostro.
Rispondevo sempre con cortesia agli spammer, specificando pazientemente che non era mia intenzione aumentare le mie prestazioni sessuali, che non mi occorrevano titoli di studio contraffatti e che non mettevo orologi, veri o falsi che fossero, da una vita. Nell’imminenza del Natale poi mandavo loro anche una nota di augurio. Inoltre facevo l’albero e sotto l’albero il presepe con le statuine dei pastori e la Sacra famiglia. Nella memoria invece il presepe era composto da persone che avevano lasciato il posto ad altre che a loro volta andandosene avevano fatto spazio a nuovi arrivi così che non si capiva mai di chi fosse il posto. Con l’età compresi che quel posto era sempre stato solo ed esclusivamente di un’unica persona, che andava e veniva, che entrava e che usciva dalla mia vita a piacimento. E a sua insaputa, soprattutto.
Nell’imminenza delle feste, immancabilmente, si faceva vivo il mio amico invisibile dell’infanzia. Dal suo esilio di memorie raccontava vicende interessanti e avventurose. Non era mai cambiato. Ricevevo quasi sempre anche gli auguri di qualche mia duplice personalità sfuggita alla sorte. Ma i più graditi, lo riconosco, erano quelli della mia donna ideale. Dolce, sensuale ma soprattutto evanescente ai limiti dell’inconsistenza, mi riportava alla mente le stagioni che furono, quello che sono e quelle che saranno. Scoordinando ascisse e coordinate temporali, era sempre nel mio cuore e nel mio pensiero. Quello del Natale, perlopiù. Un pensiero da una-volta-l’anno, usa e getta, getta e dimentica. Era il massimo che la memoria potesse esprimere. Era l’espressione più grande del mio buonismo natalizio, della mia ipocrisia annuale, della mia persistente incongruenza esistenziale.