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Di ritorno dalle vacanze stavo sempre un po’ male. Parecchio male, per la precisione. Passare l’estate con le mie molteplici personalità era davvero un’impresa esasperante, quasi al di sopra delle mie – già limitatissime peraltro – forze. Ciononostante non avevo compagnia migliore con cui trascorrere le giornate in spiaggia, con cui parlare del più e del meno, cercando di evitare il sudoku e sforzandomi di trovare un volto agli assassini che puntualmente avevano funestato – o rallegrato? – la stagione. Il nostalgico ritorno aveva dei risvolti sentimentali notevoli. Ritrovavo il mio amico invisibile dell’infanzia – sempre pallido ed emaciato come si addice a un fantasma. E anche il mio maestro di dolore. Per l’incipiente autunno si propose di rispondere ad alcune domande. Domande esistenziali, per la precisione. Mi insegnò – con piglio deciso e fare da guru indiano – che le risposte erano praticamente già tutte dentro me. E tutte sbagliate, per la precisione.
Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e muta come il fuoco quando si mescola ai profumi e prende nome dall'aroma di ognuno di essi.
Eraclito
Confortato dalla filosofia, consolato dalla musica, allietato dalla poesia, mi accingevo a vivere l’estate in tutta la sua essenza, in tutte le sue assenze (o mancanze). D’estate le delusioni della vita lasciavano posto alla speranza, il ciclico rinnovarsi dell’illusione. La notte tornavo a sognare e nel sogno ricavalcavo le tigri di carta di antiche battaglie ideologiche, delle questioni di principio, dei dubbi etici e finanche della deontologia professionale. Avevo perciò sonni agitati. Il mattino conservava sempre un sapore di amaro, la matrice della mia giornata. Per addolcirlo cambiai più volte cover al mio telefonino. E anche lo sfondo del pc. Ma non riuscii a cambiare la smorfia che avevo invece del sorriso, una smorfia che mi contraddistingueva ovunque come un marchio, una cifra impressa a fuoco. Una smorfia bella però, una smorfia di colore.
Facevo i trasferelli ma non si incollavano. Passai alla Settimana Enigmistica. Il Bartezzaghi rimase per sempre un off-limit. Decisi che ero un intellettuale. Di più, ero un intellettuale scomodo, schierato, partigiano. Imparai a dire frasi fuori dai denti. Compresi pure che la diplomazia era l’arte del compromesso senza contratto. Mi feci stagista. Ero uno stagista dei sentimenti. Facevo esperienze variegate senza esserne gratificato. In alcunché. L’impostazione però era buona. Orientata al cliente, soprattutto. Divenni pertanto un commerciale. Nel mio andirivieni non avevo certo tempo di pensare. Rimaneva solo tempo per amare. Ma l’amore si mostrava come un mare. Mosso o poco mosso con venti di tramontana a spazzarne
E c’erano i francesi. Ma quello – ovviamente - si sapeva. E c’erano gli italiani campioni del fondo e del tondo dell’adipe. Ma quelli ce li si aspettava. E c’erano i tedeschi, novelli Goethe anche di fronte alla pompa di benzina. Ma li si immaginava. E c’erano tanti altri, attesi o meno a comporre lo sfascio vacanziero. A sorpresa c’erano pure loro, gli yankee, senza carri armati né missili per una volta, educati alla meno peggio, addominali scolpiti, accento insulso. Al puzzle non mancava nulla, se non tasselli periferici, che non rubavano alcunché al significato della vacanza. La marea dell’autunno alla fine li inghiottì tutti, ma proprio tutti, senza distinzione, rimandandoli ognuno alla propria vita. Ognuno al proprio infernale girone d’appartenenza. Bentornati!