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Non dire che tutto è parvenza,
stravolgi la vieta opinione
che il mondo intero è illusione.
La vita non è una sembianza:
guarda i guasti dell’anima,
prendili a testimonianza.
Emerse dall’immensità del nulla esistenziale, le mie paranoie erano davvero un’ottima compagnia. E pure un’ottima compagna, quando da molteplici si riducevano a una:
Era decisamente una stagione strana. Non v’erano più dei a cadere, ma simil dei, eroi di carta o di cartone che suscitavano l’ammirazione delle folle. Delle folli folle, per puntualizzare. Come sempre stavo in disparte: fatto di ideali e principi, rigorosamente anacronistico e fuori tempo, attuale come un anguria sull’albero di Natale, non c’era posto per me nel Famedio delle vanità né nel tempio della superficialità che erano i simboli identitari del cosiddetto gruppo. Fu così che optai per il viaggio, un viaggio a ritroso e allo stesso tempo esplorativo, ambigua flânerie tra le macerie di un’esistenza. La mia, ovviamente. Fu piacevole scoprire che sotto le rovine ancora fumanti covava un ambiguo senso di speranza, tuttora capace, così sembrava, di germinare sogni e illusioni. Colpevolmente!
* dedicato al maghetto...
Diluivo il dolore della vita piangendo ogni giorno un poco.
Assaporavo il gusto della realtà con boccate voluttuose. E producevo enormi anelli di fumo.
Spendevo la mia faccia e la mia parola. Ma risparmiavo l’anima per una vita ulteriore.
Sospettavo dell’esistenza di un aldilà. Ma aspettavo la consistenza dell’aldiqua.
Scambiavo i valori materiali con controvalori morali. Ma avevo un bilancio – esistenziale! – assolutamente in perdita.
Mi rifacevo una vita al giorno e mi affacciavo al giorno pensando alla vita. Era un vitalizio quotidiano. O il giornaliero vizio della vita.