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Di ritorno dalle vacanze stavo sempre un po’ male. Parecchio male, per la precisione. Passare l’estate con le mie molteplici personalità era davvero un’impresa esasperante, quasi al di sopra delle mie – già limitatissime peraltro – forze. Ciononostante non avevo compagnia migliore con cui trascorrere le giornate in spiaggia, con cui parlare del più e del meno, cercando di evitare il sudoku e sforzandomi di trovare un volto agli assassini che puntualmente avevano funestato – o rallegrato? – la stagione. Il nostalgico ritorno aveva dei risvolti sentimentali notevoli. Ritrovavo il mio amico invisibile dell’infanzia – sempre pallido ed emaciato come si addice a un fantasma. E anche il mio maestro di dolore. Per l’incipiente autunno si propose di rispondere ad alcune domande. Domande esistenziali, per la precisione. Mi insegnò – con piglio deciso e fare da guru indiano – che le risposte erano praticamente già tutte dentro me. E tutte sbagliate, per la precisione.
Perse le ultime 16 partite, ottenni senza fatica altrettante riperdite. Arrivai alla conclusione che lo sport non era il mio palcoscenico ideale. Per lasciarlo, misi in scena un viale del tramonto che conduceva, positivamente, alla rinascita. Per evitarla decisi di svoltare imponendomi un modello di assoluta sobrietà. Sposai pertanto una nota spogliarellista. Entrambi all’antica, amavamo i fidanzamenti duraturi. Così, conosciutala un mercoledì di primavera, ci sposammo il sabato successivo. Alla lunga, un paio di giorni dopo, il rapportò si incrinò. Ma non al punto di rompersi. Scheggiato e slabbrato, decisamente antiestetico, me ne liberai solo grazie alla raccolta indifferenziata, quella dei rifiuti generici, generalisti, generalizzati e generazionali. Fu allora che la solitudine diventò cifra, chiave di lettura, marchio distintivo. Visti i tempi, fece anche un po’ da sponsor.