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Quando il cuore sanguinava non correvo mai ai ripari. Proprio no. Era una fonte inesauribile, senza, fine, perenne. Lasciavo che la ferita facesse il suo corso. Come un raffreddore. Salvo poi curarne qualche antipatico strascico: il livore, la rabbia, il rancore non sopito. Come contromisura e su insistenza del mio amico invisibile dell’infanzia, presi a organizzare il mio caos. Quello esistenziale, s’intende. Come un tipico prodotto del nulla, anche il caos non dava frutti. Se non quelli del peccato. Il mio maestro di dolore mi consigliò allora – come cura e rimedio – il deserto. Il vuoto, il nulla e il niente intesi in senso terapeutico. Mi avviai dunque verso l’anacoresi. Pedagogicamente solo. E, dunque, male accompagnato.
Con il nuovo anno ripresero i vecchi malesseri. Non stavo bene, non stavo per niente bene. Mi dicevano che stavo così per colpa degli autoctoni. Cambiai città. In breve ripresi a star male. Di nuovo mi dissero che stavo così per via degli autoctoni. Cambiai nazione dapprima e poi, extrema ratio, pure continente. Nulla da fare. Dopo poco riprendevo a stare male. E la colpa, a quanto dicevano, era degli autoctoni. Appresi che ogni luogo del pianeta era pieno di autoctoni. Appresi così anche che non sarei mai stato bene. Rassegnato a rassegnami, non mi adeguai ad adeguarmi ai cliché e agli stereotipi della nuova società. Ritornai dunque all’antica e originaria. Un salto dalla brace alla padella. Doppio, carpiato e compiuto, per giunta, con motivazione.
Avevo complicazioni alimentari. Rifiutavo tutto ciò che avesse avuto una vita di comunità. Preferivo nutrirmi di organismi che erano vissuti in solitudine. Voluta o forzata che fosse. Ebbi parecchi problemi a procurarmi le carni di animali come le aquile, le tigri, le tartarughe marine i criceti russi. L’approvvigionamento, soprattutto se quotidiano, risultava vieppiù ostico. Mutai stile di vita. Divenni un forsennato compagnone. Contestualmente imparai ad apprezzare i grandi fritti di pesce. Anzi, amavo pensare che intere compagini di pesci continuavano il loro baldanzoso nuotare nell’olio dei miei fritti. O nel vino delle mie libagioni. Mi sembrava una fine più naturale e consequenziale a uno stile di vita, il loro, che giocoforza puntava sulla coerenza. Una fine, alla fin fine, desiderabile anche per un essere umano. Se non fosse stato per i fastidiosi rigurgiti post-prandiali.