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Non dire che tutto è parvenza,
stravolgi la vieta opinione
che il mondo intero è illusione.
La vita non è una sembianza:
guarda i guasti dell’anima,
prendili a testimonianza.
Trincerato dietro il sospetto che non sempre fossi stato vivo e che da vivo perlopiù ragionavo da morto, mi interrogavo spesso sulle sorti della lingua. Rimanendone basito. Sfogliavo voluttuosamente il dizionario dei sinonimi e dei contrari, da me rinominato dei Sintomi e dei Favorevoli. Scoprivo così che:
A E.
Sarà assurdo esitare sulla soglia
dell’infinito,
per un incontrollato farsi senso
del tuo ricordo
esile, l’esiziale, ultima voglia
dei tuoi occhi,
a un passo dalle arcate dell’immenso.
Emerse dall’immensità del nulla esistenziale, le mie paranoie erano davvero un’ottima compagnia. E pure un’ottima compagna, quando da molteplici si riducevano a una:
Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.
W. Shakespeare
Triste e solitario come un assolo di sax, costringevo l'autunno alle porte e mi godevo la fiction dell'estate. Anestetizzato dai falsi colori di una falsa stagione, meditavo sui mali della vita, sui sui dolori dell'anima, sulle sofferenza della gioia. Che per definizione non potevano esistere. Ma facevano comunque male. Il mio amico invisibile dell'infanzia era sempre più distante, sempre più freddo, sempre più invisibile. Le mie molteplici personalità avevano diradato i contatti. Posso dire ora che le avevo proprio perse. Definitivamente. All'orizzonate più che l'autunno sembrava si affacciasse l'inverno, carico di livori, di cieli plumbei, di pioggie gelate. E di neve, la bianca neve che tutto sotterra e cancella. Permettendo di ripartire da zero. O da uno, per chi ha slancio e smalto. Poi mi risvegliavo, e realizzavo di essere stato sopraffatto da un incubo. Un brutto sogno. O il brutto dei sogni.